In Svizzera, la classe operaia italiana è riuscita, a partire dal Secondo dopoguerra, a costruire strutture di mutuo appoggio di massa ancora esistenti e a fare cultura. Si trattava di resistere contro la repressione, la xenofobia feroce e lo sfruttamento. La Libreria italiana di Zurigo, aperta dall’operaia Lisetta Rodoni insieme al marito Sandro Rodoni, ha rappresentato uno dei luoghi più importanti per lavoratori e lavoratrici emigrati in Svizzera
“Ho avuto un piccolo mondo, ma era importante”. È questa la frase che i figli di Lisetta Rodoni (1933-2023), storica proprietaria della Libreria italiana di Zurigo, hanno scelto per annunciare a tutti la scomparsa della madre. La Libreria italiana, fondata nel 1961 e oggi purtroppo chiusa, è stata davvero importante per la comunità italiana di Zurigo e non solo. Lisetta Rodoni amava definirla anche come “un riparo contro la pioggia”, laddove la pioggia stava a simboleggiare la discriminazione e la xenofobia subita da italiani e italiane durante gli anni Sessanta e Settanta. Nei primi anni di vita della Libreria non furono pochi gli operai italiani, spesso militanti del Partito comunista italiano, che furono espulsi dal Paese per attività “sovversiva”. La polizia politica era ossessionata dal pericolo rosso e anche parte della popolazione locale sembrava assecondare, attraverso la delazione, queste paranoie maccartiste. L’unica colpa di questi lavoratori italiani era quella di essere comunisti, un’appartenenza proibita nella Svizzera che si definiva neutrale, ma che in realtà era allineata con tutti i paesi capitalisti d’Occidente. Queste espulsioni crearono un clima di paura, ma non impedirono al Pci di espandere la propria sfera d’influenza tra i lavoratori italiani. La voglia di democrazia era più forte della repressione.
L’attività politica
Fu probabilmente anche a causa del pericolo d’espulsione, allora, che il Pci, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, decise di affidarsi a Sandro Rodoni, ticinese originario di Biasca e militante del Partito del lavoro, per cercare di rafforzarsi in Svizzera. Sandro Rodoni non correva infatti il rischio di essere espulso e così divenne una delle figure centrali del Partito comunista italiano in Svizzera e riuscì a coinvolgere numerosi lavoratori italiani nell’attività politica. Accanto a lui, Lisetta Rodoni, nata Cavedon, un ex operaia veneta con coscienza e passione politico-sindacale da vendere. Nel 1961, Sandro e Lisetta Rodoni aprirono, alla Militärstrasse di Zurigo, la Libreria italiana, che negli anni divenne uno dei luoghi di ritrovo della comunità italiana più politicizzata e uno dei contesti più osservati dalla polizia politica zurighese. Non mancarono nemmeno soffiate da parte di persone comuni che vivevano a ridosso dell’esercizio. Lisetta Rodoni non amava parlare di questa storia, che considerava un capitolo doloroso della propria vita, un tradimento del Paese che l’aveva ospitata a partire dal 1956. All’inizio degli anni Novanta, allo scoppio dello scandalo delle schedature, ricevette 14 chili di schede a testimonianza dell’attività spionistica nei confronti della coppia. Lo scandalo delle schedature fu uno degli eventi più sconvolgenti della storia svizzera moderna. Nel 1989, l'opinione pubblica elvetica venne a conoscenza del fatto che le autorità avevano messo in piedi un imponente sistema di sorveglianza di massa della popolazione. A farne le spese furono tantissimi lavoratori e militanti stranieri, tra cui Lisetta e Sandro. La Libreria non fu luogo di sovversione, ma punto d’incontro importante per i lavoratori italiani, anche per quelli che volevano formarsi ulteriormente o imparare qualche parola in più di tedesco. In Libreria potevano infatti acquistare manuali appositi in italiano da utilizzare durante i corsi professionali organizzati dal movimento dei lavoratori stessi attraverso strutture associative tuttora esistenti: le colonie libere italiane o l’ECAP, un istituto che apparteneva alla CGIL, che esiste ancora oggi in Svizzera ed è uno dei più grandi istituti di formazione per migranti adulti. La formazione non era l’unica attrattiva: i giovani operai, soprattutto i più politicizzati, cercavano anche saggistica e narrativa in lingua italiana, allora molto difficile da reperire.
Gli ultimi anni
Negli ultimi anni la Libreria italiana è riuscita a resistere grazie alla passione e alla tenacia di Lisetta che ha tenuto aperto l’esercizio fino all’ultimo. I clienti non erano più i lavoratori di fabbrica, ma giovani studenti di italiano o ricercatori degli atenei zurighesi. Non mancavano neppure svizzeri-tedeschi che si rifornivano da lei perché appassionati della lingua di Dante. Lisetta Rodoni è stata un punto di riferimento anche per quella nuova migrazione italiana a Zurigo (composta non soltanto dai cosiddetti cervelli in fuga) che, nell’epoca di Amazon e del digitale, preferiva rifornirsi in una libreria molto particolare, piena di storie e di Storia. Entrare nella Libreria era infatti come fare un salto nel tempo e Lisetta era sempre pronta ad accompagnare la tua visita con aneddoti e racconti legati alla Libreria stessa. Parlava di grandi autori passati per la libreria, ma anche dei tantissimi operai arrivati in Svizzera negli anni Sessanta e Settanta con poca formazione, ma desiderosi di formarsi dal punto di vista professionale e umano.
Per approfondimenti:
- Barcella, Paolo. «Venuti qui per cercare lavoro». Gli emigrati italiani nella Svizzera del secondo dopoguerra, FPC, 2012
- Lento, Mattia. “Libertà è partecipazione. I cineclub dell'emigrazione italiana in Svizzera come spazi politici e pedagogici”, Cinema e Storia, 7, 2018,: 173-190.
- Riccardi, Veronica. La poetica dell'educazione di Leo Zanier. Riflessioni pedagogico-letterarie. Roma: Edizioni Anicia, 2024
- Area Giornale della Critica e del lavoro https://www.areaonline.ch/La-libreria-dei-lavoratori-a7ae3700
- https://www.swissinfo.ch/ita/politics/maccartismo-elvetico-_lo-scandalo-delle-schedature-e-le-paure-legate-al-clima-della-guerra-fredda/45429730
