Nel 1963, in piena Guerra Fredda, lo scrittore per ragazzi Marcello Argilli inventava Atomino: un burattino d’atomo pacifista, nato dalla collaborazione con l’artista Vinicio Berti e la giornalista Gabriella Parca. Era l’epoca in cui il timore per una catastrofe nucleare permeava ogni immaginario, anche quello infantile. Atomino, figlio della fisica atomica, nasceva per opporsi all’uso distruttivo dell’energia, in un mondo che sembrava sull’orlo dell’autodistruzione.

“Ogni epoca vuole i suoi burattini. Ogni epoca vuole il suo Pinocchio”, diceva Argilli. Ma ogni epoca vuole anche i suoi libri da salvare. E se davvero ci trovassimo davanti alla necessità di scegliere pochi testi per testimoniare la nostra civiltà in un futuro incerto, quali sceglieremmo?
È questa la domanda che l’Ufficio conversazioni del Giornale Radio pose nel 1949 a scrittori e critici italiani, inaugurando la celebre rubrica Dieci libri da salvare dell’Ufficio conversazioni del Giornale Radio che all’inizio del 1949, nel tumulto degli anni del dopoguerra aveva rivolto ad autorevoli autori la seguente domanda:[1]
Nella dannata ipotesi che una guerra atomica faccia scomparire la nostra civiltà, gli americani hanno creduto opportuno, a loro modo, di prendere alcune precauzioni. Tra l’altro una commissione di critici e scrittori sta compilando l’elenco delle opere letterarie che, sepolte in luogo sicuro, in un paese che si presume sopravvivrà alla catastrofe, testimonieranno ai posteri lontani della vita e della civiltà da Omero ai nostri tempi. Se lei facesse parte di questa commissione e le fosse chiesto di consigliare i dieci libri italiani che dalla fine del XVIII sec. ad oggi, preferisce, quali salverebbe?”
Si tratta ovviamente di un testo storicamente determinato, figlio di un momento storico ben preciso di cui bisogna tener conto, vale comunque la pensa riportare alcuni stralci delle riflessioni di Elio Vittorini, Salvatore Quasimodo e Pietro Pancrazi dove la letteratura cessa di essere mero intrattenimento, ma diviene un elemento essenziale della nostra identità e memoria collettiva:
Il rischio che si può correre, in una scelta simile, è di voler indicare opere che testimonino, come oggetti di museo, di quanto sia stato caratteristico dell’Italia nella sua particolare accezione di vita e di civiltà dalla fine del XVIII secolo ad oggi. Allora lasceremmo da vedere di noi non molto di più dei nostri vestiti, delle nostre penne: cose per cui saremmo considerati dai posteri come abitanti di una luna chiamata Italia senza d’altro in comune con loro che certi bisogni e il fatto di avere due gambe, due braccia e via di seguito. Perciò raccomanderei di scegliere solo opere che abbiamo parlato dall’Italia a tutti gli uomini e parlato qui in Italia a nome di tutti gli uomini; opere che abbiamo avuto un’importanza per lo sviluppo della civiltà e che domani, una volta ritrovate in uno scavo, sarebbe d’aiuto a ritrovare il cammino perduto. […] Il mio tentativo d’una lista di dieci nomi finisce di conseguenza in un rifiuto a presentarla completa, se non è possibile salvare tutto quello che occorrerebbe poi a riprendere, tanto vale che niente sia salvato. Le arche di Noè non hanno alcun senso se non contengono il seme di ogni cosa.
(Elio Vittorini)
Non è sufficiente al superstite vincitore, ammesso che vi sia, lo sterminio dell’uomo? (…) Ma se la volontà è questa e gli americani pensano già ad un’arca sotterranea (ma un omuncolo o due, dentro non ci starebbero bene?) d’acciaio o magari d’oro, dove conservare le memorie e i sogni di questa nostra civiltà in pericolo, ecco i dieci libri che dalla fine del 1700 ad oggi io vorrei sottrare alla probabile bufera atomica:
- La scienza Nuova, Gian Battista Vico 2) Poesi di Ugo Foscolo 3) Le opere di Giacomo Leopardi 4) I promessi sposi di Alessandro Manzoni 5) I sonetti, Gioacchino Belli 6) I malavoglia, Giovanni Verga 7) Ariette e sunette di Salvatore di Giacomo 8) Il teatro di Pirandello 9) Teoria e storia della storiografia di Benedetto Croce 10) Le lettere dal carcere di Gramsci.
(…) Mentre guardo questi dieci libri, qui davanti a me, libri che un po’ di fuoco può distruggere in un minuto, un pensiero mi sorprende di colpo: E gli Esquimesi, moriranno gli Esquimesi? O gli iperborei saranno sempre salvi, senza problemi, nelle loro case di ghiaccio? Non potremmo allora, prima che scoppi la guerra atomica, consegnare nelle loro menti (e alla loro terra i nostri tesori) questa civiltà che sentiamo franare sotto i nostri piedi? Pensate gli Esquimesi saranno domani i padroni del mondo, verranno a popolare i nostri continenti, le nostre isole, vestiranno senza marmotte e senza orsi, e le balene cresceranno di numero fino a raggiungere le acque del Po.
(Salvatore Quasimodo)
(...) Poiché la Rai ha concesso anche a me il diritto a dieci voti, a questo punto chiudo il consuntivo degli altri e secondo il mio gusto, dico la mia. Coi dieci voti di cui dispongo rimedio a quelli che a me sembrano i difetti del referendum e me ne avanza (….). A questo punto sento che con questa supplettiva dispensa di voti io sono tornato indietro, ho disfatto le più belle novità de referendum, ho sciupato il meglio. E se qualcuno davvero lo dice, io non me l’ho certamente a male. Anzi, dopo aver rimesso così al loro posto i santi e i santarelli come già stavano sulla testata del mio letto, questa notte mi sembrerà di dormire più sicuro.
(Pietro Pancrazi)
Chiedere quali libri salvare in situazioni ipotetiche, come quella di una guerra atomica o altre catastrofi che mettono a rischio la sopravvivenza della civiltà, è un compito che sebbene immaginario, solleva una serie di questioni importanti riguardanti il valore della conoscenza e della cultura. In primo luogo, questa domanda mette in evidenza il ruolo fondamentale che la letteratura e la conoscenza svolgono nella vita umana. I libri non sono solo oggetti di intrattenimento, fonti di informazione o medium importanti per la formazione, essi rappresentano anche testimonianze preziose della storia, della cultura e della filosofia umana con i quali tramandare idee, valori e esperienze che possono influenzare profondamente le generazioni presenti e future. Anche se la situazione ipotetica di una guerra atomica può sembrare estrema, il concetto di preservare il patrimonio culturale è cruciale in molte altre circostanze, come la conservazione delle biblioteche, degli archivi e dei monumenti storici. In definitiva, chiedere quali libri salvare ci spinge a riflettere sul valore intrinseco della conoscenza umana e sulla responsabilità collettiva di preservare e trasmettere la ricchezza della cultura attraverso le generazioni. Un tema quest’ultimo presente anche nel capolavoro di Hrabal intitolato Una solitudine troppo rumorosa (1976), dove il protagonista del romanzo, impiegato per impilare parallelepipedi di libri da mandare al macero, ne salva quotidianamente almeno uno, che vale la pena di leggere, che non può essere abbandonato. Ogni libro salvato dal protagonista del romanzo di Hrabal è insieme un simbolo e un atto di resistenza:
(...) la lettura di cui ci parla Bohumil Hrabal, uno dei massimi autori cecoslovacchi di questo secolo, è una lettura liberata una volta per tutte dai buoni sentimenti. I cieli non sono affatto umani, ci dice Hrabal, e la lettura ci conduce piuttosto nel sottosuolo (…) “I libri mi hanno insegnato il gusto e la gioia della devastazione, io amo i nubifragi e le squadre di demolizione”. Hrabal non vuole salvare tutti i libri, non crede più a nessun universalismo della cultura. Dalla sua pressa da macero ne ha visre abbastanza, per conservare qualche illusione. Crede però, e lo fa contro ogni ragionevole attestazione contraria, alla bellezza di un gesto, al poter salvifico della parola, ad una lettura che sia ancora capace di meraviglia e di pudore (Ferrieri 1993, La lettura che storia, p. 97)
Oggi, in un tempo segnato da guerre in corso, catastrofi umanitarie, crisi ambientali e nuove forme di censura o disinformazione digitale, la domanda posta nel 1949 appare meno ipotetica e più urgente che mai.
Quali storie vogliamo/dobbiamo tramandare? E chi decide cosa resta e cosa scompare?
Forse, come il protagonista di Hrabal, dobbiamo tornare a scegliere un libro alla volta, ogni giorno, da sottrarre all’oblio. E magari tenerlo con noi, come una piccola arca di carta, da cui ricominciare.
Come suggerisce Un giorno tutto questo sarà tuo (2023) di Davide Calì e Sara Orosio,
a chi verrà dopo di noi, dopo la catastrofe, lasceremo parole, storie e memoria, o solo plastica e macerie?
E tu quali libri salveresti?


[1]Rodolfo Sacchettini Scrittori alla radio Interventi, riviste e radiodrammi per un’arte invisibile, Fup, 2018, a pag. 15 si legge: Dal 1944 inizia Scrittori al microfono, un programma settimanale che recupera il genere delle conversazioni; partecipano Ugo Betti, Vasco Pratolini, Massimo Bontempelli, Giovan Battista Angioletti, Maria Bellonci, Alberto Savinio, Emilio Cecchi, Carlo Levi e tanti altri. Si parla delle ‘donne italiane’, dei ‘dieci libri da salvare’, oppure si domanda ad Alberto Moravia, Giuseppe Ungaretti e Cesare Giulio Viola «come, dove e quando vi sarebbe piaciuto vivere»; senza contare la serie sportiva con Pratolini e Buzzati e le Interviste con se stessi, inaugurate da Giovanni Papini, Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo.
