Via Gilera 110. Dalla Libreria Novantadue a Lo Sciame Libri

(...) la nostra Libreria (e quella Sala al secondo piano, a cui si accedeva da una scala interna), era parte di un’antica fabbrica metalmeccanica dove si costruivano le scocche in metallo di quegli arnesi tanto utili che, dopo una serie di lavorazioni, diventavano le “navicelle” dei passeggini per bambini...

Piccola Storia di una Grande Esperienza


La libreria Novantadue (poi, brevemente, Libreria Garancini, e ora Lo Sciame libri dentro la Cooperativa sociale Lo Sciame ONLUS, un’esperienza di integrazione lavorativa molto più grande), nasce verso la fine degli anni Settanta ad Arcore, vicino a Milano. Una coppia di giovani amici la inaugurano sperando di farne il lavoro di una vita ma la abbandonano presto per alterne vicende e incrociano, invece, la passione mia e di Chiara, da poco sposati e con due figli piccoli, delusi e avviliti dalla grande fabbrica di automobili (dieci anni!), ormai avviata alla chiusura, dopo un periodo di durissime lotte. Era, quella, l’Autobianchi di Desio che, come l’Innocenti, l’Alfa di Arese e altri grandi marchi storici italiani, sono stati ‘mangiati’ dalla Fiat di Torino nella sua ingorda fame monopolistica, per diventare l’unico soggetto privato (ma ben foraggiato dal Pubblico) e padrone in Italia dell’impero dell’auto.

Erano i primi anni Ottanta, la Marcia dei quarantamila per le strade a Torino chiudeva una lunga fase di ristrutturazione aziendale, crisi e licenziamenti di massa, vertenze legali e scontri ai cancelli, picchetti, pestaggi e incarcerazioni, e poi una lenta agonia di tutto l’indotto fino alla fine di tutta questa epopea industriale (almeno nel milanese) ma con risvolti in tutto il Paese (dopo la ‘fase’ Marchionne), e che ha ben raccontato Niccolò Zancan nel suo bel libro “L’ultimo operaio”, Einaudi, quasi fosse l’ultimo dei Mohicani di Fenimore Cooper.

E un po’ così ci sentivamo, noi, in quel periodo, tra lo spaesato (coi nostri saldi punti di riferimento persi) e il desiderio di futuro, per ancorare la nostra nuova vita, da quel passato di speranze e di ideali, corroborato solo da fatiche, a qualcosa di diverso che magari, oltre le stesse fatiche e gli ideali rimasti, ci regalasse almeno maggiore libertà.

Così rilevammo noi, con gli unici risparmi che avevamo e qualche debito in banca, quella attività  e quel nome (“Novantadue”) che di Libreria aveva ancora poco ma che ben presto trasformammo, con la nuova sede in via Gilera n. 110, su due piani, in un vero centro di diffusione di cultura, arte, editoria e giochi per bambini. La inaugurò nientemeno che Ludovico Geymonat, in quella che fu una delle sue ultime e preziose lezioni filosofiche, poco prima di morire, su Galileo e i misteri della scienza. Avevamo dato un nome, “Sala delle Navicelle”, al luogo delle nostre conferenze, incontri e dibattiti di vario tipo, e Geymonat prese spunto da ciò per disquisire sulle quattro navicelle galileiane, satelliti di Giove (Io, Europa, Ganimede, Callisto) scoperte dal grande filosofo nel 1610, e finì per incantarci tutti con un viaggio  nell’infinito cosmo interstellare, il mistero di Dio e la possibile esistenza di altri mondi oltre il nostro, l’origine della terra e della vita, fino ai più lontani spazi dell’universo in espansione… Lo ascoltavamo rapiti, in un silenzio astrale e i suoi minuscoli e mobilissimi occhi riflettevano su di noi le immagini di ciò che la sua mente sembrava  vedere: non più, oramai, la geometrica perfezione delle sue dotte speculazioni, bensì il disegno pacificato e armonioso di una nuova utopia a venire.

In realtà la nostra Libreria (e quella Sala al secondo piano, a cui si accedeva da una scala interna), era parte di un’antica fabbrica metalmeccanica dove si costruivano le scocche in metallo di quegli arnesi tanto utili che, dopo una serie di lavorazioni, diventavano le “navicelle” dei passeggini per bambini, così necessari in quel periodo di vero baby-boom. E così enfatizzato (“Navicelle”) quella parola acquisì un doppio significato che donava un alone di mistero, nonché di estrazione proletaria, a tutta la faccenda.

Quella fabbrica c’è ancora (la Peg-Perego di Arcore) e ora, purtroppo, non se la passa tanto bene: la concorrenza cinese e poi il calo demografico incipiente hanno ridotto quella che era un gioiello del Made in Italy, in una azienda che difficilmente saprà riconvertirsi in qualcosa di diverso. Io, lì, ho fatto l’operaio per un po’, appena poco più che un ragazzo, maldestramente turnando per la catena di montaggio su ogni postazione e conoscendo alcuni di quei giovani compagni che poi avrebbero trasformato la vecchia Commissione Interna in uno dei più combattivi Consigli di Fabbrica dell’intera zona. Arcore a quel tempo era un grosso polo industriale: c’erano le acciaierie della Falck (con la fonderia, come a Sesto San Giovanni) che ruggiva su tre turni, c’era la Gilera (già campione con le moto conosciute in tutta Europa) e un certo numero di medio-grandi fabbrichette, e non soltanto di metallurgia ma anche tessile, alimentare, componentistica e servizi di varia natura, che la vicina Stazione ferroviaria e lo snodo auto-stradale favorivano.

La Libreria riluceva di tutto questo movimento. Non solo libri, per grandi e per piccini, ma anche incontri, presentazioni con gli autori allora emergenti (David Riondino, Michele Serra, Gad Lerner, Enrico Deaglio…), laboratori, conferenze anche con conosciuti personaggi pubblici (Romano Prodi, Guglielmo Epifani, Nando Dalla Chiesa …) e poi artisti, saggisti, poeti. Tutto questo contribuì, soprattutto a partire dagli anni Novanta e anche grazie a una solida collaborazione con Radio Montevecchia (una delle prime radio libere in Italia), Il Bloom (storico locale di aggregazione giovanile) e la Cooperativa sociale Lo Sciame (rinata in quegli anni poi sotto forma di ONLUS), a creare quelle sinergie utili a fare della Brianza un centro di eventi di vera cultura alternativa. Notevoli furono gli incontri gratuiti organizzati ogni anno (una novità per allora) per preparare gli studenti delle superiori al tema della maturità, con autorevoli docenti quali Giancarlo Majorino, Vincenzo Guarracino, Nino Majellaro, Roberto Sanesi e una partecipazione attenta di centinaia di studenti e giovani lavoratori-studenti delle scuole serali.

Novità assoluta anche il laboratorio di poesia del sabato pomeriggio “Il sabato del villaggio” dove, chiunque (ogni sabato), poteva sperimentare attivamente le proprie innate capacità espressive e affinarsi nella sensibilità poetica.

Da ultimo, la redazione della rivista “abiti-lavoro” che allora muoveva i suoi incerti ma risoluti passi nel contrastato mondo della comunicazione letteraria.

Abiti-lavoro fu la prima esperienza organizzata di scrittura e letteratura di fabbrica (1980-1993) in Italia, dove –singolarmente- diversi autori   operai o strettamente legati ai luoghi della produzione lavorativa, alla fatica della vita nei campi e nella cura domestica (specie soprattutto relegata alle donne), avevano già dato testimonianza delle proprie capacità di scrittura con romanzi, racconti, diari, canzoni, poesie.  Alcuni riuscirono a pubblicare anche testi importanti e presso note case editrici o a proprie spese, spesso con grandi sacrifici economici e umani, ma la gran parte di quel vasto materiale andò perduto o fu raccolto e conservato in ambiti di fortuna. Solo più recentemente la pazienza di tanti bravi ricercatori (come alcuni fra i collaboratori della rivista) diede impulso a nuove ricerche e pubblicazioni. Fu un fenomeno, anche diffuso, favorito soprattutto (dall’ultimo decennio dell’Ottocento fino a tutto il Novecento e oltre) dalla forte consapevolezza maturata nella lotta di classe contro i padroni, le guerre, il fascismo, per la Resistenza e i diritti sociali e civili tra cui la scuola per tutti. Ecco, la Scuola, la vera chiave di volta: una nuova generazione di insegnanti motivati e capaci, e tanti giovani proletari pieni di curiosità e di passione. Abiti-lavoro nacque con questa ambizione, riunire sotto un unico tetto esperienze di scrittura di varie generazioni di operai, dai più anziani Guerrazzi, Brugnaro, Di Ruscio, Di Ciaula, quasi tutti oggi scomparsi e il cui legame resistenziale era più vivo e vissuto, e quella generazione di mezzo, cresciuta con le lotte operaie del Sessantanove e la scolarizzazione di massa, fino ai più giovani, già quasi coinvolti nel mito nascente della working class literature italiana.

La Libreria Novantadue (allora si chiamava ancora così) divenne quindi la sede nazionale della redazione della rivista dove, periodicamente, il gruppo dei redattori sparsi in varie regioni, si riuniva. Sempre di domenica. I più lontani ospiti per la notte, tra Milano e Varese. I più assidui pranzo e cena in casa, di rado in pizzeria.

Ci fu addirittura, in quel periodo, un tentativo di costituire una rete nazionale di librerie indipendenti ma i librai, in genere, ci tengono a essere liberi.

La Libreria visse appieno quel pezzo di storia, e ancora lo vive pur trasformata nella sua identità sociale e partecipativa. Le tante attività che la animano sono l’eredità di quella impronta vitale: i laboratori, i vari bookclub, le rassegne e gli incontri con gli autori, i libri in fabbrica e le mini biblioteche di strada e, ancora oggi, il “Sabato del villaggio” della poesia, re-inaugurato l’anno scorso con il libro “Si dovrebbe insomma pensare a dei poeti operai, L’esperienza della rivista abiti-lavoro (1980-1993)”, della brava ricercatrice Monica Dati, sono lì a dimostrarlo.

Lunga vita alle librerie indipendenti!    

Arcore, maggio 2026      

Giovanni Garancini

Giovanni Garancini con la figlia Martina, libraria di seconda generazione

Premio CIRSE